"I morti non sono morti" è il tema di una mostra del fotografo marocchino Malik Nejmi, che ha luogo a Rabat, indica un comunicato di Kulte Gallery & Editions. Si tratta di un video attorno alla problematica migratoria senegalese che si ispira all'assassinio di due venditori ambulanti a Firenze (Italia), Mor Diop e Samb Modou, da parte di un estremista fascista affiliato al partito Casapound nel dicembre 2011.
Questo video, che rivendica manifestamente l'idea di una sequenza pensata come un quadro sociale, tenta di "uscire dal campo dell'arte contemporanea per proporre uno spazio di dialogo e di cultura animato dalla volontà di denunciare i processi di esclusione dei migranti nella città", sottolinea il comunicato.
Nel corso della sua residenza a Villa Medici in Italia nel 2013-2014, Nejmi è stato affascinato dal coraggio dei venditori ambulanti che percorrono l'Europa e si è avvicinato alla comunità senegalese radicata in Italia, si nota dalla stessa fonte.
"Il canto dell'immigrazione è una poesia perpetua, un ciclo di vita e di morte, dove si incrociano coloro che tentano di attraversare il Mediterraneo come coloro che ne ritornano e tornano al paese nutrice. Siamo tutti guidati dalle voci di un esilio permanente", stima questo artista, citato dal comunicato.
Nel 2012, mentre è in ricognizione al momento delle commemorazioni ufficiali, Malik Nejmi incontra la comunità senegalese in questo momento di raccoglimento. "Una sorta di quadro vivente, un gruppo di uomini raccolti in una moschea tentava di organizzarsi per una preghiera collettiva, una preghiera per i morti come si fa in ogni contesto musulmano", dice.
Il video restituisce questo tempo di preghiera su un piano-sequenza. Questo momento così filmato dà a vedere il tenore della violenza che è scaturita su questa comunità e i legami stretti che si stabiliscono tra il religioso e il politico nel loro percorso migratorio.
"Autorizzare una telecamera a filmare questo momento intimo (una lettura integrale del Corano) è un modo per prolungare la lotta: lottare per esistere su una terra d'accoglienza pone domande esistenziali formidabili. Bisogna tornare al paese? Bisogna restare in terra "ostile"? Domande che interrogano anche necessariamente la posizione dell'artista nella società civile, nella città, questioni di impegno inerenti ai campi del cinema e dell'arte contemporanea. "Puoi filmare se il tuo film ci aiuta a lottare", stima il comunicato.
Il titolo del film si ispira alla raccolta "Les Souffles" (Leurres et lueurs, 1960) del grande poeta senegalese Birago Diop, e affronta così il posto del linguaggio, delle parole e dell'idea stessa di lottare con le parole tradotte nella lingua dell'autoctono e che suonano allora come uno slogan politico antifascista.
Fornitore/Fonte : MAP, Libération